CELEBRARE LA NAZIONE Grandi anniversari e politiche della memoria nel mondo contemporaneo

Convegno internazionale di studi nei
 150 anni dell’Italia unita VITERBO, 10-12 MARZO 2011

Archivio per 1 Marco Sioli

Abstract Marco Sioli

Centennial Exhibition 1876. Le celebrazioni dell’indipendenza americana e i rituali della razza

di Marco Sioli (Un. degli Studi di Milano)

Sono molti gli avvenimenti specifici che hanno caratterizzato negli Stati Uniti il centesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, segnato più in generale dal persistere di una crisi economica internazionale iniziata nel 1873 e dall’inasprirsi di uno scontro sociale che avrebbe portato al grande sciopero delle ferrovie nel 1877. In primo luogo la sconfitta subita dall’esercito americano nel confronto con gli indiani a Little Bighorn, e le dimissioni del ministro della Guerra, George E. Belknap, travolto da uno scandalo relativo ad alcuni appalti; in secondo luogo lo scontro politico accesso conclusosi con delle elezioni contese, decise da una commissione federale che sancì con il suo verdetto la vittoria del candidato repubblicano, Rutheford B. Haynes, sconfitto dal voto popolare; in terzo luogo la fine della Ricostruzione nel Sud che, come ha scritto l’intellettuale afroamericano W.E.B. Du Bois, comportò “la soppressione del diritto di voto per i neri, il cambiamento, lo spostamento degli ideali e la ricerca di nuove luci nella grande notte”. Questi episodi mostravano in modo evidente la fragilità del nazionalismo repubblicano e dei suoi simboli. In questo contesto anche la Festa dell’indipendenza nel centenario della celebrazione aveva perso l’originale messaggio unitario per diventare sempre più politicizzata e privatizzata. Il messaggio dell’armonia, del peaceful country, centrale nei vecchi rituali della parata celebrativa degli artigiani si era così dissolto durante la prima metà dell’Ottocento per lasciare spazio alla conflittualità sociale.

Da qui la necessità di un rilancio di una festa e di una nazione in crisi proprio con l’esposizione universale di Philadelphia, la città che aveva tenuto a battesimo la Repubblica americana, per riportare la celebrazione del Quattro di Luglio ai suoi fasti originali, utilizzando l’evento come volano per rilanciare sia l’economia sia la politica della nazione. La città aveva scelto di celebrare il giubileo civile di una data memorabile con un grande evento pubblico: ufficialmente definito International Exhibition of Arts, Manufacturers and Products of the Soil and Mine, l’evento non fu una “mostra”, bensì la “messa in mostra” delle innovazioni americane, un vetro e proprio expo che aprì i battenti il 10 maggio 1786 a Faimount Park, lungo lo Schuylkill River. Il secondo expo americano, dopo quello di New York del 1853, fu un successo incredibile: il primo giorno più di 186.000 persone visitarono i duecento edifici costruiti a Fairmout Park con un risultato finale di 10 milioni di visitatori, il 20% della popolazione degli Stati Uniti dell’epoca. L’esposizione di Philadelphia, con i suoi grandi edifici simbolici, ribadiva l’affermazione egemonica “del potere economico e politico in termini culturali da parte dei ceti dominanti della società statunitense”, l’élite bianca che dominava la politica nazionale. Furono dunque i rituali della razza ad influenzare la celebrazione, al punto che all’afroamericano Frederick Douglass venne quasi impedito di salire sul palco delle autorità e non venne concesso di parlare.

Più in generale, questo evento ci permette di comprendere come l’americanizzazione del mondo marciasse spedita nella seconda metà dell’Ottocento con tutti i suoi refrain, le icone e le immagini, dal circo di Buffalo Bill a quello Barnum, definito proprio in una pubblicità del 1876, “il più grande show della terra”. In questa ottica era palese con la Centennial Exhposition di Philadelphia l’uso della ricorrenza per celebrare una particolare visione storica, un uso pubblico della storia diremmo oggi, che privilegiava l’America Wasp in contrapposizione con l’idea di un America multietnica rappresentata dagli afroamericani, dagli indiani e dalla miriade di nuovi immigrati europei che sbarcavano in continuazione nelle città della costa atlantica per trovare lavoro nelle fabbriche americane.

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