CELEBRARE LA NAZIONE Grandi anniversari e politiche della memoria nel mondo contemporaneo

Convegno internazionale di studi nei
 150 anni dell’Italia unita VITERBO, 10-12 MARZO 2011

Abstract Fulvio Conti

Il Poeta della Patria. Le celebrazioni del 1921 per il secentenario della morte di Dante

di Fulvio Conti (Università di Firenze)

La rivoluzione che sconvolse le consolidate gerarchie letterarie e la tradizione poetica dei secoli passati e che in breve convertì il quadrumvirato dei poeti maggiori (Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso) in un «principato dantesco» fu strettamente connessa con gli eventi politici di fine Settecento e d’inizio Ottocento: la Rivoluzione francese, i rivolgimenti del periodo giacobino e napoleonico, la Restaurazione e l’avvio del movimento risorgimentale. Furono queste vicende che portarono «la letteratura italiana in piazza» e ne fecero «l’insegna di una religione civile e nazionale». E Dante in quei frangenti appare come il poeta civile, il politico militante, l’intellettuale engagé che ha pagato con l’esilio la difesa ad oltranza dei propri ideali. E’ un modello che si presta a un immediato riuso e consumo, nel quale molti letterati e patrioti italiani di primo Ottocento non faticano a riconoscersi: da Foscolo a Mazzini, da Leopardi a Settembrini. Furono loro, fra gli altri, a contribuire alla costruzione del mito di Dante come profetico anticipatore di quell’Italia che si accingeva a risorgere, e a stabilire una stretta correlazione fra esemplarità di vita ed esemplarità di poesia.

La definitiva consacrazione di Dante come poeta della nazione si ebbe nel 1865, quando il sesto centenario della nascita poté essere degnamente celebrato nella cornice del nuovo Regno d’Italia. Si può anzi dire che quella andata in scena nel 1865 a Firenze, da pochi mesi scelta come nuova capitale, fu la prima grande festa nazionale del Regno. «Nulla di simile a quella celebrazione – ha scritto Dionisotti – si era mai visto prima in Italia, né si vide poi».

Nei decenni finali dell’Ottocento e all’inizio del secolo XX il culto di Dante non conobbe cedimenti. Dante era ormai assurto a simbolo assoluto dell’italianità e non v’era cerimonia pubblica in cui si intendessero esaltare le ambizioni nazionali in cui il poeta vate non venisse evocato. Emblematico è l’uso che di Dante fece il movimento irredentista, che del resto individuò proprio nella Società Dante Alighieri, una delle organizzazioni che più tennero viva la rivendicazione dell’italianità di Trento e Trieste.

Il secentenario della morte, celebrato nel 1921 in un’Italia che era uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, ma che aveva dovuto cedere la città simbolo di Fiume alla Jugoslavia e che era attraversata da un’ondata di conflittualità sociale e politica senza precedenti, rappresentò l’apoteosi dell’idolatria di Dante. Nella relazione si descrivono i festeggiamenti organizzati nelle tre città che erano principalmente legate alla figura di Dante (Ravenna, Firenze, Roma) e si illustrano le valenze simboliche e politiche delle cerimonie.

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